mercoledì 2 settembre 2020

LE DIVERSE TIPOLOGIE DI STRATIFICAZIONE (Sociologia)

La stratificazione per nascita

Nelle società più antiche le posizioni all'interno della stratificazione, e quindi anche le possibili disuguaglianze sociali, sono attribuite in gran parte per nascita. Questo è il caso dell'antico sistema indiano di stratificazione sociale secondo il quale si apparteneva a una certa casta in virtù di quella di appartenenza dei genitori, perciò il passaggio da una casta all'altra, essendo i matrimoni misti vietati, era praticamente impossibile.

Nelle società in cui la stratificazione si basa sul principio dell'appartenenza per nascita si ha un grado molto basso di mobilità sociale, giacchè la possibilità per ciascuno di cambiare la propria posizione nella gerarchia sociale è minima.


La stratificazione per acquisizione

Diverso è il caso delle società occidentali che hanno vissuto il processo di industrializzazione. In esse infatti, la gerarchia delle posizioni sociali non è stabilita per nascita, ma viene acquisita nel corso dell'esistenza in virù di una serie di fattori legati alla vita individuale (arricchimento, cultura, conquiste lavorative...).

Uno dei principali indicatori della propria posizione sociale è divenuto, per esempio, nella nostra società, il denaro. E poichè esso è estremamente "volatile", altrettanto volatile è la stratificazione sociale basata sul denaro.




LA STRATIFICAZIONE E LA MOBILITÀ (Sociologia)

Gli strati sociali

Finora abbiamo parlato della disuguaglianza come di un aspetto della vita dei singoli individui, tuttavia, quando contraddistinguono e contrappongono tra loro interi gruppi, nelle società le disuguaglianze acquistano visibilità sociale.

Le persone che possiedono le stesse condiziopni di vita in una società (stesso reddito per esempio) formano una specie di gruppo omogeneo, seppur spesso non si conoscano nemmeno. Questo particolare gruppo prende il nome di "strato" di una società.

La stratificazione sociale è quel carattere della società per cui essa si compone di una pluralità di strati, identificati dal fatto di avere possibilità disuguali di accedere ai vari tipi di risorse disponibili.



La mobilità

L'immagine degli strati e di una società "stratificata" non è più del tutto idonea a descrivere la società attuale. Essa sembra infatti implicare l'idea di una situazione statica, ferma senza movimenti significativi, in cui gli stratisono facilmente distinguibili l'uno dall'altro e nettamente separati tra loro. La realtà però non è questa. La società occidentale, per esempio, si caratterizza proprio per un crescente dinamismo della struttura sociale, tale per cui i diversi strati e i diversi gruppi divengono sempre più mobili e multiformi. Per analogia con gli spostamenti fisici delle persone mediante i mezzi di trasporto, si dice allora che nella nostra società è aumentata la mobilità degli individui attraverso gli strati sociali.

Si parla di mobilità sociale per indicare il livello di flessibilità della stratificazione di una certa società. ossia il grado di facilità o difficoltà con cui un individuo o un gruppo possono passare da uno stato all'altro.





DIFFERENZE ETNICHE, DI GENERE E DI ETÀ

Le differenze etniche

La discriminazione razziale è l'esempio più evidente di come le differenze naturali possano essere rielaborate dalla società in forme di disuguaglianza sociale.

Tra gli esempi storici più eclatanti di questa forma di disuguaglianza costruita su differenze naturali vi è l'antisemitismo, con la millenaria discriminazione razziale degli ebrei su suolo europeo. Il più delle volte la discriminazione razziale è informale, cioè esiste nella società ed è tollerata dal sistema politico, ma non è codificata nelle norme e nelle leggi.

In altri casi la discriminazione razziale viene addirittura formalizzata nelle leggi dello Stato, come è accaduto a lungo in Sudafrica attraverso il tristemente noto sistema dell'apartheid.



Le differenze di genere

La differenza sessuale tra gli uomini e donne dà origine in moltissime società a disuguaglianze anche molto evidenti tra i due sessi. La caratterizzazione sessuale è un dato fondamentale della nostra esperienza, sia privata sia sociale. Essaè presente in ogni essere umano ed è data dalla coniugazione di precisi tratti biologici e anatomici con una serie di ruoli e di aspettative sociali maturate che sono il frutto di costruzioni sociali maturate nel corso della storia, a cui ognuno di noi è soggetto.

Quando si parla di "sesso" e di differenze sessuali si fa riferimento alle caratteristiche biologiche e anatomiche degli individui che identificano una persona fisicamente come maschio o come femmina.

Le differenze di età

Anche le differenze di età sono fonte di disuguaglianza, sebbene non diano origine a forme di discriminazione così palesi. La nostra società tende infatti a riservare le maggiori gratificazioni sociali in termini di denaro, potere e prestigio agli adulti in età matura ma non ancora invecchiati. Gli anziani sono una fascia di popolazione che può far conto, nella media nazionale, su un reddito più basso, su minori contatti sociali e uno uno stile di vita più modesto.





LE DIFFERENZE TRA GLI INDIVIDUI (Sociologia)

Le differenze naturali

Non bisogna confondere le disuguaglianze di cui abbiamo parlato con le differenze che esistono tra gli individui di una qualsiasi società. E' bene fare attenzione alla distinzione tra il concetto di differenza e quello di disuguaglianza.

Tra gli esserei umani vi sono delle differenze naturali che sono indipendenti dall'esistenza o meno di una società e vi sono delle disuguaglianze che hanno invece un'origine prettamente sociale, nel senso che esse non sussisterebbero se venissero meno la società e le risorse che essa mette a disposizione.


Le differenze sociali

Tuttavia spesso accade che la società dia importanza anche alle differenze naturali, attribuendo loro un significato culturale. Quando ciò avviene, le differenze naturali assumono un proprio effetto anche all'interno del sistema sociale delle disuguaglianze.

Quindi, mentre le differenze tra gli individui sono di tipo naturale, e danno origine a disuguaglianze solo nella misura in cui vengono culturalmente reinterpretate, le disuguaglianze sono sempre di origine sociale, anche quando prendono lo spunto da differenze naturali.




LA DISUGUAGLIANZA (Sociologia)

L'accesso alle risorse

La distribuzione differenziata del potere produce disuguaglianza tra le persone; è infatti evidente che non c'è uguaglianza tra chi comanda e chi deve ubbidire: comandare è unanimemente considerato un privilegio, ubbidire uno svantaggio. La società tende infatti a distribuire in maniera ineguale non solo il potere, ma anche le risorse.

Le risorse sociali sono tutti i diversi tipi di "ricchezza" che la società produce e mette a disposizione dei suoi membri: ricchezze economiche, ricchezze culturali ecc.

In senso generale si parla di disuguaglianza sociale quando gli individui che appartengono a una certa società non hanno uguale accesso alle risorse che questa mette loro a disposizione.


Le fonti della disuguaglianza

Ricchezza, prestigio, potere e istruzione sono i principali fattori attraverso cui si determina e misura la disuguaglianza nella nostra società.

Al giorno d'oggi, i principali fattori di disuguaglianza sono legati alla posizione occupata da ciascuno nella vita professionale. 




IL POTERE COME POTER-FARE (Sociologia)

Potere e ingiustizia

Non dobbiamo giungere alla conclusione affrettata che la nostra società sia inguaribilmente ingiusta. Le strutture del potere su cui si basa la società non sono soltanto strumenti di ingiustizia.

Come ha messo in luce Talcott Parsons (1902-1979), il potere non è solo uno strumento di vessazione, ma rappresenta anche la condizione per poter agire.

Il potere è uno strumento che frequentemente torna a vantaggio del vivere associato in quanto tale e quindi anche di coloro che, nella distribuzione sociale del potere, sono svantaggiati.



La possibilità di far fare delle cose

Nella vita quotidiana quando parliamo di potere pensiamo al potere che alcuni hanno su altri, quello per cui in qualche modo "li hanno in pugno". Ma questo potere che si esercita sugli altri, cioè il potere di emettere comandi che verranno eseguiti, è anche un potere di far fare determinate cose. Il potere ha infatti una funzione sana per la società nella misura in cui è uno strumento per mobilitare delle risorse in vista di un obiettivo da raggiungere.



POTERE INFORMALE E AUTORITÀ (Sociologia)

Le relazioni di potere informali

Oltre al potere inteso come la capacità di ottenere ubbidienza, Max Weber individua un'altra forma di potere, più capillarmente diffusa, che egli descrive come la probabilità che un certo soggetto ha di imporre la propria volontà all'interno di una relazione sociale e di vedere attuata questa sua volontà nonostante l'opposizione di altri soggetti.

Esiste dunque una manifestazione più generalizzata e informale del potere, che consiste nella capacità di ottenere qualcosa contro la volontà altrui, senza necessariamente ricorrere a dei comandi espliciti.

Le disuguaglianze nella distribuzione del potere non sono un prodotto esclusivo della società istituzionalizzata, ma hanno una radice ben più profonda. Il potere non è solo un fatto istituzionale e burocratico: ogni interazione tra gli uomini è in qualche modo aperta all'instaurazione di rapporti di potere.


L'autorità

Dobbiamo dunque distinguere tra due fenomeni che presentano differenze significative. Da un lato, ci sono le relazioni di potere informali che pervadono tutte le interazioni sociali. Dall'altro lato, ci sono invece le relazioni di potere istituzionalizzante, cioè rese formali e ufficiali da un sistema di posizioni e di ruoli accettato più o meno da tutti.

L'autorità è sempre inerente ad una certa posizione sociale e dipende quindi primariamente non dalla personalità di chi si trova in quella posizione, ma dal ruolo che è chiamato a svolgere chiunque occupi quella posizione.

Da ciò consegue una seconda differenza, altrettanto fondamentale: mentre il potere informale è un rapporto di fatto, l'autorità è un potere legittimo, cioè una forma di potere che viene riconosciuta come valida e accettata da tutti.






IL POTERE E LA DISUGUAGLIANZA (Sociologia)

Il fenomeno del potere e la gerarchia delle posizioni sociali
La vita sociale è contraddistinta da una costante tensione verso l'irrigidimento in forme stabili di comportamento e di interazione. Inoltre questo processo di istituzionalizzazione, dà vita a strutture sociali anch'esse relativamente rigide e cristallizzate, vale a dire le istituzioni e le organizzazioni della società.
La società non è un flusso catodico di libere interazioni tra individui, ma una struttura organizzata in cui le interazioni personali devono sempre rispettare determinate regole di comportamento, in parte esplicite e formali, in parte implicite e informali.




La gerarchia delle posizioni nelle organizzazioni non è, in prima battuta, basata sul valore o sul prestigio, ma sul potere. Una posizione è gerarchica mente superiore a un'altra quando chi la occupa ha l'autorità di far fare determinate cose a chi occupa la posizione sottoposta e ciò indipendentemente dalle qualità personali degli individui coinvolti o dalla condivisibilità di ciò che viene comandato.


I differenti gradi del potere

La gerarchizzazione delle posizioni è un aspetto molto importante della struttura di tutte le organizzazioni sociali.
Ogni organizzazione sociale presenta dunque al proprio interno una distinzione più o meno rigida di ruoli e posizioni. Ma una distinzione di ruoli e posizioni comporta necessariamente una distribuzione differenziata del potere all'interno dell'organizzazione sociale.
Se riflettiamo su qualsiasi tipo di organizzazione sociale ci rendiamo conto che tutti sono basati, per poter funzionare, su una divisione dei compiti e su una precisa attribuzione di ruoli, quindi anche su una distribuzione gerarchica del potere.
L'esistenza di organizzazioni sociali implica necessariamente una distribuzione differenziata del potere.


Il principio dell'obbedienza

Queste osservazioni ci permettono di trarre una prima conseguenza: il potere non è affatto limitato alla sfera della politica e dello Stato.
Noi siamo abituati a collegare l'idea del potere con le figure dei capi di partito o dei membri del governo. A ogni livello sociale esistono rapporti di potere, e ogni singolo individuo ne è coinvolto.

Max Weber definisce acutamente il potere di un certo soggetto nella società come la possibilità che i suoi comandi trovino obbedienza da parte di altre persone. Più uno è certo che i propri comandi verranno eseguiti, più si dice che ha potere. L'obbedienza è, in un certo senso, la misura del potere







venerdì 27 marzo 2020

LA PROPOSTA PEDAGOGICA DI JEAN-JACQUES ROUSSEAU (Pedagogia)

L'educazione naturale

Una generazione più avanti di di quella di Locke troviamo colui che rielaborò nel modo più ricco e originale gli stimoli e le innovazioni della trattatistica educativa del XVII e XVIII secolo: Jean-Jacques Rousseau.
Rousseau fu autore di opere di contenuto assai eterogeneo, da testi teatrali a trattati politici.

Per la comprensione della pedagogia di Rousseau è necessario indicare il significato del concetto di "natura" nel pensiero del filosofo: è alla base dell'educazione e viene presentato in forte controtendenza rispetto al suo tempo. Si tratta di una pura ipotesi intellettuale che rinvia a un presunto presunto stato originario dell'uomo visto come essere autonomo, destinato a uno sviluppo regolato da leggi inviolabili e fornito di una ricchezza originaria oscurata dall'evoluzione storica.







Emilio: il primo libro

L'Emilio è un romanzo pedagogico nel quale viene presentata l'educazione di un immaginario fanciullo dalla nascita fino all'età adulta. Esso è articolato in cinque libri, ciascuno dedicato ad una età specifica.

Nel primo libro (zero-sei anni), Rousseau apre la sua riflessione con due considerazioni preliminari: la prima riguarda l'affermazione della bontà originaria dell'uomo allo stato naturale e della sua degenerazione nei rapporti sociali; la seconda sottolinea l'importanza dell'educazione: tutto ciò che acquisiamo dopo la nascita ci viene dall'educazione.



Emilio: il secondo libro

Il secondo libro (sei-undici anni) ci presenta la fanciullezza di Emilio, che cresce all'aria aperta, impara dalle esperienze dirette nelle quali di volta in volta si trova e che il precettore abilmente organizza.
In questa fase l'educazione altro non è che il rispetto delle leggi della natura. L'apprendimento di Emilio avviene infatti a diretto contatto con le esperienze naturali.


Emilio: il terzo libro

Con il terzo libro (dodici-quindici anni) Rousseau descrive l'età dell' utile, cioè un periodo dell'esistenza umana connotato dal passaggio dall'apprendimento intellettuale vero e proprio. Il precettore, sempre restando fedele al metodo negativo, dovrà saper valorizzare la curiosità e l'interesse di Emilio attraverso l'esplorazione dell'ambiente, evitando che si disperda e aiutandolo a concentrarsi su quanto è essenziale.
Lo scopo non è "rendere sapiente Emilio" bensì porlo nelle condizioni di trovare in se stesso i mezzi per ampliare le conoscenze, evitando di affidarsi ad altri se non quando è evidente la propria insufficienza.


Emilio: il quarto libro 

Il quarto libro (quindici-diciotto anni) ci porta in quella che Rousseau definisce la seconda nascita, ovvero l'età adulta.
L'introduzione all'età adulta esige che si cambi metodo: non è più sufficiente l'approccio indiretto per bene orientare Emilio. Le varie educazioni (sessuale, morale, religiosa) impartite, hanno in comune lo scopo di annullare o, quanto meno, contenere gli effetti dell'amor proprio e di stimolare, invece, quelli dell'amore di sé.
La parte più nota del quarto libro è quella relativa alla "professione di fede del vicario savoiardo", nella quale Rousseau presenta le sue convinzioni in materia religiosa


Emilio: il quinto libro

Nel quinto libro (diciannove-venticinque anni) viene presentata la futura moglie di Emilio, Sofia. L'idea che Rousseau ha della donna è perfettamente in linea con quella diffusa nella sua epoca. Le qualità femminili sono individuate nella bellezza graziosa, nell'intelligenza non saccente, nel pudore, nello spirito religioso e nell'amorevole cura della casa, del marito e dei figli.
Il ruolo e le caratteristiche che Rousseau attribuisce a Sofia evidenziano la chiara superiorità dell'uomo rispetto alla donna, anche se ritiene che tra i due vi sia una grande complementarità 

La pedagogia nell'Emilio

Il punto di partenza dell'Emilio era lo stesso che aveva ispirato Rousseau nel Discorso del 1754, dove si era prodigato per dimostrare che "allo stato di natura le disuguaglianze sono appena evidenti e che la loro influenza è pressoché nulla".
Tale convinzione lo induceva a distinguere nettamente l'uomo naturale dall'uomo civile. Il primo era quello che usciva dalle mani del Creatore e, per questo, era il buono; il secondo invece, risentiva della negativa influenza della società, che rovescia e trasforma tutto.
Obiettivo dell'opera era, quindi, dimostrare la necessità di abbandonare le modalità educative tradizionali, che snaturavano l'uomo per farne un individuo incapace di essere pienamente se stesso, al fine di adottare, invece, una pedagogia rispettosa degli interessi e delle abilità del bambino, oltre che in grado di valorizzarne le risorse e ascoltarne i bisogni.

Dato che lo sviluppo fisiologico non dipende dall'individuo, secondo Rousseau, era necessario rispettarlo ed assecondarlo. Per questo motivo, consacrava la prima parte del suo romanzo ad illustrare le più moderne pratiche igieniche e di puericultura, utili a preservare la salute fisica e psichica del bambino.


L'apporto originale di Rousseau alla pedagogia

Numerosi sono i meriti dell'opera di Rousseau, la quale, per la circolazione che ebbe sia tra i profani sia tra i cultori dell'educazione, contribuì davvero ad ampliare gli orizzonti della cultura pedagogica occidentale.
Il primo riconoscimento è quello di avere reso chiare anche al grande pubblico le trasformazioni che regolano lo sviluppo dell'essere umano e le loro implicazioni educative.
Il secondo apporto riguarda la tesi secondo cui ciascun individuo è portatore di capacità originali.
Il terzo contributo innovativo dell'opera rousseauiana riguarda la figura dell'educatore: opponendosi all'immagine tradizionale del genitore e del precettore quale figura autoritaria e direttiva, Rousseau pensava all'adulto come a colui che si prodiga per organizzare le situazioni educative più idonee a far maturare l'allievo. Questo tipo di modalità viene comunemente definita "educazione indiretta", in quanto non è basata sull'imposizione di un modello o di contenuti a cui l'educando deve più o meno consapevolmente aderire, ma valorizza l'esperienza dell'allievo, chiamato a rielaborare in modo autonomo e soggettivo gli apprendimenti acquisiti con la pratica.





























































mercoledì 8 gennaio 2020

FRANCKE E IL PIETISMO (Pedagogia)

Il movimento pietista

La stretta connessione tra le Chiese riformate e il potere politico con il tempo produsse anche in campo protestante l'allontanamento dall'originario slancio dei riformatori e la compromissione con i poteri temporali.
Nella seconda metà del Seicento sorse in Germania un movimento religioso detto "pietismo", che mirava a recuperare l'originario messaggio di Lutero. Si trattava quindi di un movimento di riforma interno al luteranesimo, il cui fondatore fu Philipp Jakob Spener (1635-1705)
Allievo di Spener fu August Hermann Francke (1663-1727), cui si deve l'elaborazione della pedagogia pietistica.
Per ottenere la conversione piena e quindi la formazione di "uomini nuovi", veri cristiani, era giudicata strategica l'opera educativa.
Francke accolse inizialmente i bambini poveri e orfani, aprendo per loro nel 1696 un orfanotrofio che sarebbe presto divenuto celebre in Europa. Diede vita, quindi, a scuole differenziate per ceto e per genere.



Una pedagogia dura, una didattica comeniana

Francke fu fautore di una disciplina molto rigida. Non comprese l'importanza del gioco, della fantasia, della musica, della danza e del teatro. La contraddizione fra la durezza disciplinare e il rispetto delle capacità del singolo si spiega tenendo presente la concezione teologica di Francke: se l'essere umano è radicalmente corrotto, come vuole Lutero, può salvarsi solo mediante la Grazia. Ma se la volontà dell'uomo è incapace, da sé, di volgersi al bene, deve essere annullata per poter accogliere la Grazia divina e quindi diventare capace di orientarsi al bene. Per far ciò, occorre annullare la volontà dell'educando mediante la disciplina e l'obbedienza.

L'espiazione era per Francke il momento centrale del processo che conduceva alla conversione e alla rinascita, ovvero la formazione dell'uomo nuovo.
La pedagogia di Francke presenta dunque un doppio carattere: un aspetto decisamente repressivo e uno rispettoso delle inclinazioni naturali dell'alunno.




COMENIO E L'EDUCAZIONE UNIVERSALE (Pedagogia)

Comenio (vero nome Jan Amos Komensky), viene considerato non solo il maggiore esponente della pedagogia di fede protestante, ma addirittura il fondatore della pedagogia e della didattica moderne.
Nato in Moravia nel 1592, studiò in Germania. Nel 1616 divenne pastore della comunità hussita Unione dei fratelli boemi, seguaci del teologo boemo Jan Hus.
Il richiamo a Jan Hus è fondamentale per comprendere la personalità di Comenio. Durante la Guerra dei Trent'anni e la temporanea fine della libertà protestante, Comenio, che apparteneva all'ala moderata degli hussiti, fu costretto all'esilio. Dapprima si recò in Polonia, dove proseguì la sua attività di predicatore e fu nominato vescovo dell'Unione. Qui svolse anche l'attività di direttore di scuola, approfondendo il suo interesse per la pedagogia.




Un ottimismo pedagogico

La vita di Comenio si svolse durante un periodo drammatico, segnato dalla guerra, dalla peste e dalle carestie. Nel perseguire, ma senza riuscirvi, il progetto di creare una scuola universale, nella quale avviare i giovani al sapere e alla virtù, assegnò all'educazione un ruolo centrale nell'opera di ricostruzione dell'armonia tra uomini e tra uomo e creato.
Per contrastare il male e il disordine, egli propose un grande progetto pedagogico, venato di misticismo e teso a restaurare la moralità mediante la diffusione del sapere e delle virtù. Buon conoscitore dei classici antichi e degli umanisti, ne fuse il pensiero con una concezione potentemente religiosa.
Fine ultimo dell'educazione, anche per il pedagogista moravo, era infatti la salvezza eterna. Comenio si distanziò tuttavia da Lutero, perché meno condizionato da una visione pessimista dell'uomo e più vicino a Erasmo nell'affermare con forza la fiducia nella ragione umana.
Il suo ottimismo pedagogico scaturiva dalla sua concezione del peccato originale, diversa da quella cupa di Lutero e Calvino: l'uomo era segnato dal peccato originale, ma senza essere necessariamente un peccatore.
Egli credeva, come in seguito Rousseau, nell'innocenza dei bambini.




Pampaedia e pansofia

Questo significava, secondo Comenio, insegnare a tutti (pampaedia). Comenio non faceva distinzioni né di sesso né di nazionalità né di ceto: tutti gli uomini andavano istruiti, sino ai massimi livelli del sapere
Il sapere invece per Comenio, si costituisce nell'unità fra teologia, filosofia e scienze, e cioè all'insegna di una visione enciclopedica tale da rendere possibile l'organizzazione sistematica delle varie discipline e il loro più facile insegnamento ed apprendimento. Tale prospettiva viene definita pansofia, dalla dottrina neoplatonica che indica la sintesi unitaria e globale della totalità del sapere.









L'EDUCAZIONE NEL MONDO PROTESTANTE (Pedagogia)

Riforma protestante e alfabetizzazione

La teologa luterana si affidava ad una concezione dell'uomo pessimista, di derivazione agostiniana. Lutero credeva infatti che il peccato originale avesse radicalmente corrotto l'essere umano, che era stato salvato dal sacrificio di Cristo. L'immagine che il monaco tedesco usò per spiegare questo punto è significativa:
«L'uomo è salvato dal manto dei meriti di Cristo...»
La natura umana resta corrotta, ma è avvolta dal mantello dei meriti di Cristo, che salvano l'uomo dall'esterno.
Rinunciando al sacramento dell'ordine e a quello della confessione, i protestanti sottolinearono la responsabilità dei singoli nel percorso di salvezza, che poteva crescere se l'individuo conosceva la Parola di Dio depositata nella Bibbia e praticava una vita virtuosa.



Le scuole familiari

La necessità che ogni persona leggesse direttamente i testi sacri, senza la mediazione di un sacerdote, stimolò l'alfabetismo, in particolare la lettura più che la scrittura. Questo fenomeno, oggi definito dagli studiosi "semialfabetismo" può destare sorpresa, ma bisogna considerare che fino al XIX secolo era normale trovare persone in grado di comprendere un testo scritto, pur non essendo capaci di scrivere.
Particolare importanza rivestivano le scuole familiari: era compito dei genitori insegnare a leggere ai figli, per accostarli alla Bibbia. Sotto il profilo più strettamente educativo è da notare che i riformati impartivano un'educazione rigida ai bambini, che vedevano come creature istintivamente volte al peccato.
La severità e la durezza improntavano l'educazione, che aveva come fine, non diversamente da quanto accadeva tra i cattolici, l'educazione di buoni cristiani.







domenica 24 novembre 2019

L'ISTITUZIONE (Sociologia)

Finora abbiamo fatto riferimento indifferentemente all'istituzione, ai gruppi e alle organizzazioni. In realtà questi tre termini non sono affatto sinonimi. La principale differenza sta in questo: mentre i gruppi e le organizzazioni sono per definizione aggregazioni di esseri umani, lo stesso si può dire delle istituzioni.
Nel linguaggio quotidiano parliamo di istituzioni scolastiche, istituzioni sanitarie, istituzioni militari facendo riferimento per esempio a scuole, ospedali e caserme.
Nel senso comune l'istituzione è dunque sinonimo di un'organizzazione di pubblico interesse, vale a dire di un'aggregazione di persone e cose che operano in maniera coordinata per ottenere determinati scopi di utilità generale.
Abbiamo già accennato al fatto che l'istituzione è l'esito del processo di istituzionalizzazione. Di conseguenza chiameremo istituzioni sociali tutti quei modelli di comportamento che, grazie al processo di ripetizione, tipizzazione e oggettivazione, si sono cristallizzati in ruoli all'interno di una certa società.
L'istituzione è qualcosa di più generale e astratto di un ente o di un'associazione. essa è un comportamento che si è oggettivato e che è diventato un fatto, un obbligo e una necessità per chi vive entro una certa società.


Esempi di istituzioni

Un'altra istituzione sociale è per esempio il tabù, un comportamento che, attraverso la ripetizione e la tipizzazione, si è istituzionalizzato. Pensiamo al tabù dell'incesto: è una regola di comportamento valida per tutti gli appartenenti a una certa società e, come tale, è l'esito finale di un processo attraverso cui il rifiuto dell'incesto è divenuto una norma oggettiva trasmessa di generazione in generazione come parte costitutiva del ruolo svolto da ciascuno in quanto membro della società. Le istituzioni di questo tipo sono moltissime in ogni cultura: il matrimonio, il rito religioso, la buona educazione, usi e costumi, il linguaggio. In tutti questi casi emerge il carattere vincolante dei comportamenti istituzionalizzati.

In conclusione, un'istituzione è un sistema di comportamenti che gli individui di una certa società percepiscono come vincolanti perché, attraverso il processo di istituzionalizzazione, si sono irrigiditi in forme di azione e di relazione sociale. In quanto tali, essi formano un impianto di regole di comportamento per i membri della società.

domenica 13 ottobre 2019

LA MEGLIO GIOVENTU' (2003)

Prodotto nel 2003 e diretto dal famoso regista milanese Marco Tullio Giordana, La meglio gioventù è un film a puntate che racconta ben trentasette anni di storia italiana, dall'estate del 1966 alla primavera del 2003, soffermandosi sulle vicende di una famiglia della borghesia romana.



La storia

La meglio gioventù può essere intesa come una saga familiare. Durante trentasette anni si dipana la storia di una famiglia romana ed in particolare di due fratelli, Matteo (Alessio Boni) e Nicola (Luigi Lo Cascio).
Durante tutto il film il regista si concentra sulla vita pubblica e privata dei due protagonisti, analizzando e raccontando ogni aspetto e particolare della loro vita, dalla giovinezza all'adolescenza, fino all'età adulta. Durante il racconto della loro cita non mancano gli spunti per approfondire capitoli importanti della storia moderna italiana. La vita dei fratelli passa infatti dall'alluvione di Firenze del 4 novembre 1966 agli anni '80 e '90, tra contestazioni e controcultura, fino alle proteste politiche e alle guerriglie urbane tra studenti e polizia.



I temi

Tra i temi più importanti presenti nel film vi sono l'interazione tra la sfera personale e quella politica, l'analisi storica dettagliata dei periodi storici e il tema del bivio, ovvero tutti quelli eventi che, anche in maniera lieve, possono modificare il corso della nostra vita e pertanto condizionare il nostro futuro.















venerdì 11 ottobre 2019

DIVERSITA' E UNITA' DELLA SPECIE UMANA (Antropologia)

Una grande varietà di aspetti, lingue e culture...

Nonostante l'intensità crescente dei contatti tra le popolazioni del pianeta, la varietà che caratterizza l'umanità attuale resta assai grande. Questa varietà si può manifestare a più livelli: 
- sul piano fisico (statura, colore della pelle, degli occhi...);
- sul piano linguistico (almeno cinquemila lingue parlate attualmente nel mondo);
- sul piano culturale (grande varietà di idee e comportamenti);

Alla base di tutta questa varietà abbiamo però un elemento di forte unità. Secondo lo scienziato francese Georges-Louis Leclerc de Buffon (1707-1788) infatti, tutti i gruppi umani fanno parte di un'unica specie.
Nella seconda metà dell'Ottocento gli antropologi dimostrarono che tutti i gruppi umani sono capaci di produrre cultura, mentre nello stesso periodo i linguisti conclusero che le lingue parlate dalle diverse popolazioni del pianeta possiedono strutture interne ugualmente complesse.




L'aspetto fisico e il DNA

Quelle che sembrano essere a prima vista le differenze maggiori tra i diversi soggetti umani, cioè le diversità di aspetto, sono, in realtà, proprio quelle più superficiali. Le ossa di un individuo, se studiate e analizzate, ci potranno rivelare il sesso, l'età le malattie contratte in vita del soggetto, ma non ci potrà mai dire se il soggetto fosse stato un nero o un bianco, se avesse avuto capelli scuri oppure biondi. 
L'unico tipo di analisi che possa dire oggi qualcosa di scientificamente valido sulle differenze tra i gruppi umani è quella che si fonda sull'esame del codice genetico (DNA), e dei suoi componenti di base, i geni.
I geni sono i portatori delle "informazioni" che sono alla base dello sviluppo del nostro organismo e che si trasmettono, pur con delle variazioni significative, da una generazione all'altra.





Le migrazioni dell'Homo sapiens sapiens



Le origini dell'uomo "moderno", ovvero l'Homo sapiens sapiens, non risalgono a un'epoca anteriore ai 50.000-100.000 anni fa.
Fu in quell'arco di tempo che la nostra specie assunse caratteristiche simili a quelle attuali: statura alta, cervello voluminoso, pieno sviluppo delle abilità manuali.
I nostri diretti antenati, originari dell'Africa orientale, dapprima si diffusero in tutto il continente africano, poi si spinsero nel Vicino Oriente, da dove popolarono l'Asia e l'Europa. Dall'Asia sud-orientale raggiunsero la Nuova Guinea e l'Australia (navigazione), mentre la glaciazione di 20.000 anni fa facilitò il passaggio, attraverso lo stretto di Bering, dalla Siberia all'Alaska e da lì alle Americhe.




Distanza e vicinanza genetica

Un'altra conferma che proviene dalle ricerche genetiche è che sul piano genetico due individui ritenuti normalmente appartenenti allo stesso gruppo (due bianchi, due neri...), presentano differenze genetiche statisticamente superiori a quelle analizzabili tra due altri individui scelti a caso.
Perché accade ciò? La ragione è che vi sono alcuni elementi del DNA che sono più antichi degli altri. E che questi elementi si sono sparpagliati in seguito alle migrazioni più antiche.
C'è sempre insomma, la possibilità che ciascuno di noi possa assomigliare, sul piano genetico e non per aspetto, più ad un indigeno della Nuova Guinea che al suo compagno di banco.




Le razze umane quindi non esistono...

Queste scoperte confermano che non è possibile parlare di "razze umane". Gli studiosi hanno d'altra parte già dimostrato che non si può, nel caso degli esseri umani, parlare di razze come nel caso dei cani oppure di cavalli. Nell'uomo infatti non esiste alcun criterio che consenta di individuare delle razze sulla base di criteri scientifici.






Ma perché quindi non esistono razze umane? Semplicemente perché le razze che conosciamo (canine, bovine, equine...) altro non sono che il frutto di una selezione operata dagli esseri umani su certi animali per ottenerne determinati vantaggi: cani più robusti, cavalli più agili...
Ma nella specie umana tutto questo non è accaduto, sebbene l'idea di creare una razza superiore facendo accoppiare individui con determinate caratteristiche sia stata il sogno di molti scienziati nazisti tra il 1930 e il 1945.









sabato 5 ottobre 2019

LA TEORIA SESSUALE E LO STUDIO DELLE NEVROSI (Psicologia)

Il bambino e la sessualità


Nei Tre saggi sulla teoria sessuale (1905), Freud espone la sua concezione della sessualità infantile e dello sviluppo individuale. Tale concezione suscitò scandalo ed indignazione nella società, poiché Freud ipotizzava la presenza nel bambino di un'energia sessuale fin dalla nascita. La sessualità infantile non coincide infatti con la genitalità, cioè con la consapevolezza della funzione genitale del proprio corpo, ma si tratta di una ricerca del piacere che coinvolge diverse parti del corpo ed è collegata ai principali bisogni fisiologici dell'individuo.



Le fasi della sessualità 

L'energia libidica, cioè l'energia psichica legata alle pulsioni sessuali, investe una serie di funzioni biologiche e comportamenti che provocano piacere e attenuano lo stato di eccitazione.

Nella fase orale, la zona erogena è principalmente la bocca, e le attività che provocano piacere sono relative alla suzione;
Nella fase anale, la libido si concentra nella zona intorno all'ano e trova soddisfazione nelle attività di espellere e trattenere;
La fase fallica si impernia sulle differenze tra maschio e femmina e la ricerca del piacere avviene con le prima attività di manipolazione dei genitali. E' in questa fase che si sviluppano il complesso edipico, cioè l'attrazione da parte del maschio o della femmina per il genitore del sesso opposto, il complesso di castrazione e l'invidia del pene.
Successivamente i bambini attraversano un periodo di latenza in cui le vicende psicologiche infantili vengono rimosse, gli impulsi sessuali sembrano assopirsi e l'evoluzione della sessualità subisce un arresto.




Regressione, fissazione e perversione...

Il passaggio da una fase all'altra comporta una maturazione che implica sia aspetti biologici sia aspetti psicologici. Ma tale passaggio può non verificarsi in modo completo, oppure possono esserci delle regressioni a delle fasi precedenti. Infatti in alcuni casi il soggetto può non aver trovato la dovuta soddisfazione in uno dei precedenti stadi, e quindi regredisce a tale stadio per ottenere la soddisfazione mancante. In altri casi invece il soggetto è talmente appagato da un dato stadio da rimanere fissato in esso.
Secondo Freud, regressione e fissazione spiegano il fenomeno delle perversioni sessuali, cioè comportamenti che realizzano il piacere secondo modalità non accettate socialmente. Esse sono l'esibizionismo sessuale, ma anche il sadismo, il feticismo e il masochismo.

















SVILUPPO E PSICOANALISI: LA VISIONE DI SIGMUND FREUD (Psicologia)

Psicoanalisi e società (Psicologia)

Nel corso del Novecento la teoria psicoanalitica di Sigmund Freud (1856-1939) è stata messa in discussione da più parti. Anche se oggi la psicoanalisi non occupa più il posto di rilievo che l'ha vista protagonista per molti decenni nel secolo scorso, dobbiamo riconoscerle il merito di avere modificato, in maniera permanente, il modo in cui gli uomini e le donne comuni interpretano se stessi e gli altri.
La psicoanalisi rappresenta infatti la prima grande teoria e pratica della "vita personale".











Dall'identità familiare all'inconscio individuale

I cambiamenti dovuti ai processi di industrializzazione e urbanizzazione hanno modificato il senso di identità dell'individuo, che fino ad allora verteva principalmente sul ruolo che occupava all'interno della famiglia, luogo primario della produzione e della riproduzione, prima dell'industrializzazione.
Lo sviluppo del capitalismo industriale, con la separazione tra ambiente di lavoro e ambiente familiare, permise alla famiglia di organizzarsi in modo nuovo e agli individui, di immaginare per sé identità extrafamiliari.

L'idea di un inconscio individuale elaborata da Freud rifletteva, in un certo senso, i cambiamenti in atto sul piano economico e sociale.
La teoria freudiana mette infatti l'accento sulla particolarità di ogni esperienza umana per i singoli individui, sull'elaborazione assolutamente personale dei vissuti, sulle dinamiche inconsce che influenzano lo sviluppo, le scelte e i comportamenti individuali.





La psicoanalisi come concezione antropologica

La teoria psicoanalitica è un modello complesso nel quale ritroviamo diverse proprietà. Freud stesso ha coniato il termine psicoanalisi per indicare:

- un procedimento per l'indagine di processi mentali;
- un metodo terapeutico;
- una disciplina scientifica;

La psicoanalisi costituisce quindi un modello teorico che propone una visione dell'uomo specifica e articolata, una concezione antropologica nella quale vengono sviluppati temi quali l'origine dell'Io e il rapporto tra l'individuo.



L'interpretazione dei sogni

Il testo che permette a Freud di farsi conoscere al grande pubblico è "L'interpretazione dei sogni" del 1899. Il libro preannunciava un nuovo modo psicologico interpersonale, non sottoposto a giudizi moralistici.
Dalle sue pagine traspaiono tutte le nuove tendenze emergenti in quella fine secolo: la separazione fisica dell'individuo dal suo tempo e spazio, la nuova ammissibilità della scarica istintuale, la forza esplosiva della sessualità, la costruzione di complessi mondi interiori non più riproducenti una realtà esterna.
Questa nuova modalità verra chiamata modernismo.

L'analisi di Freud tende a mettere in luce che, nelle situazioni quotidiane, elementi come i sogni, le dimenticanze e i lapsus sono comuni sia all'individuo sano sia a quello nevrotico: le modalità di funzionamento psichico sono le stesse.
Al sogno viene assegnato un ruolo fondamentale per l'esplorazione dell'inconscio, poiché costituisce una sua attendibile rappresentazione: è assurdo, illogico, incoerente, eppure è possibile, attraverso l'analisi, coglierne il significato e renderlo comprensibile. Durante il sonno diminuiscono le difese e la censura, che impedisce agli elementi rimossi di invadere la coscienza, si allenta; i contenuti inconsci si presentano così mascherati per non farsi riconoscere.
Il sogno è dunque il risultato di un compromesso: cerca di soddisfare i desideri inconsci seppur in modo allucinatorio, ma li trasforma per non renderli riconoscibili e farli accettare dalla coscienza.


Il sogno, rappresentazione dell'anima

L'analisi  di Freud tende a mettere in luce che, nelle situazioni quotidiane, elementi come i sogni, le dimenticanze, i lapsus sono comuni sia all'individuo sano sia al nevrotico: le modalità del funzionamento psichico sono le stesse.
Al sogno viene infatti assegnato un ruolo fondamentale per l'esplorazione dell'inconscio, poiché costituisce una sua attendibile rappresentazione.
Durante il sonno diminuiscono le difese e la censura, che impedisce agli elementi rimossi di invadere la coscienza, si allenta; i contenuti inconsci si presentano così mascherati, per non farsi riconoscere.
Il sogno è dunque il risultato di un compromesso: cerca di soddisfare i desideri inconsci seppure in modo allucinatorio, ma li trasforma per non renderli riconoscibili e farli accettare dalla coscienza.

































mercoledì 25 settembre 2019

L' EDUCAZIONE NELL' EUROPA CATTOLICA TRA SEICENTO E SETTECENTO (Pedagogia)

Riforma protestante e Riforma cattolica

Per molto tempo si è pensato che tra umanesimo e Rinascimento si fosse affermata una cultura già marcatamente laica, poi soffocata nell'età delle riforme religiose.
La realtà però è molto più sfumata. le incertezze e le inquietudini degli intellettuali non erano penetrate nel popolo, che piuttosto manifestava la sua fede con una devozione semplice, spesso intrisa di superstizione


Il Concilio di Trento

Il timore che le dottrine conciliariste prendessero il sopravvento indusse il papato a temporeggiare di fronte alle richieste interne di riforma, alla crescente opposizione di Lutero e all' espansione della sua dottrina, sicché, quando finalmente il Concilio di Trento fu convocato nel 1545, la spaccatura interna alla cristianità si era ormai consumata.
Il Concilio si concluse con l'approvazione di una serie di decreti dogmatici e disciplinari , che riaffermarono la verità della fede cattolica, ristabilendo la saldezza della dottrina, messa in crisi dalle dispute teologiche, dalle contestazioni filosofiche, dal lassismo nel comportamento da parte del clero.
Il Concilio di Trento affermò che la sola fede non salva l'essere umano, ma occorrono anche le opere, dunque è necessario operare bene nel mondo: l'essere umano, quindi, coopera, alla Grazia. La cultura non è fine a se stessa, ma va indirizzata al bene comune: attraverso questo si persegue anche la salvezza personale. La Chiesa, depositaria del magistero di Cristo, ha il dovere di insegnare e avviare al bene tutti gli esseri umani


I gesuiti: la nascita dell'ordine

Durante i decenni della Riforma cattolica sorsero nuovi ordini religiosi, orientati principalmente all'educazione: quello dei barnabiti, fondato nel 1530 da Antonio Maria Zaccaria; quello dei somaschi, sorto per iniziativa di Girolamo di Angela Merici e la Compagnia di Gesù di Ignazio di Loyola.
Non tutti questi nuovi ordini erano votati all'educazione e all'istruzione, ma vi si adeguarono rapidamente, perché raccolsero una domanda che sorgeva dalla società.






Una congregazione votata all'insegnamento: la Compagnia di Gesù

La vicenda che riguarda la cosiddetta Compagnia di Gesù è particolare ed emblematica. Fondata da Ignazio di Loyola (1491-1556), inizialmente per fini missionari, si occupo anche di assistenza e catechesi presso le popolazioni europee.
Lo scopo originario era però quello di un'opera di "cattolicizzazione" del mondo, che prevedeva la riconquista a Roma delle aree passate al protestantesimo e la conversione dei popoli non cristiani: eretici, scismatici, musulmani e gli "infedeli delle Indie" in Asia e in America Latina.
Caratteristiche peculiari degli aderenti alla Compagnia (i gesuiti), erano la mobilità e la profonda cultura.
Per prendere i voti occorreva aver studiato filosofia, teologia e un terzo ramo del sapere (una specie di laurea).
Data la situazione di crisi dell'università dell'epoca, che Ignazio ben conosceva, egli ritenne opportuno aprire collegi appostiti per la formazione dei futuri membri dell'ordine.







La Ratio studiorum

I gesuiti si interrogarono spesso riguardo a quale programma scolastico fosse il migliore, e per trovarlo avviarono una serie si sperimentazioni durate quasi mezzo secolo.
Fu così che, dopo cinquant'anni di prove, nel 1599, i gesuiti giunsero a codificare nella Ratio atque institutio studiorum Societatis Iesu il loro modello di studi.
La Ratio studiorum costituì di fatto il modello indiscusso cui fecero riferimento anche gli altri ordini religiosi ancora dopo il 1773.
Si potrebbe paragonare questo codice ad una legge scolastica, che disciplinava le centinaia di collegi gesuitici, dotandoli di un piano di studi e di regole identiche.
Il collegio diventò quindi una scuola transnazionale, ovvero una scuola che andava oltre i confini delle singole nazioni. La lingua unica era il latino, parlato sia dai docenti che dagli allievi.



Le novità didattiche introdotte con la Ratio studiorum

Tra le novità didattiche che i gesuiti introdussero nella Ratio studiorum vi furono:

- la rigida divisione degli alunni in classi a seconda dell'età;
- la grande attenzione dedicata alla gradualità dell'insegnamento e alle inclinazioni e disposizioni personali dei singoli allievi;
- la presenza in ogni classe di un solo docente, che insegnava tutte le materie e che conosceva bene ogni suo allievo;
- l'introduzione di esami per il passaggio da un livello a quello superiore;
- la regolamentazione di premi e di punizioni;
- l'obbligo dell'uso parlato della lingua latina;
- l'addestramento della memoria e delle capacità logiche e di oratoria;
- l'allenamento a superare la timidezza, a padroneggiare il latino, a controllare la postura e i movimenti del corpo grazie alla partecipazione a messe in scena teatrali pubbliche;
- l'esercizio della pietà e della carità, mediante il costituirsi di apposite associazioni, dette "congregazioni mariane", cui potevano entrare solo gli alunni migliori, al fine di stimolare l'emulazione;




Altre Rationes: somaschi, scolopi e barnabiti

Le direttive indicate dalla Ratio studiorum furono talmente efficaci da divenire il modello per gli altri ordini. Questi ultimi si differenziavano dalla Compagnia di Gesù non tanto per i contenuti culturali, ma semmai per la scelta dei destinatari della loro istruzione.

In ordine di tempo, i più vicini ai gesuiti furono i somaschi, fondati con l'iniziale scopo di provvedere all'istruzione di bambini orfani e poveri. A tal fine il fondatore, Girolamo Miani, avviò varie iniziative assistenziali ed educative che puntavano, oltre che sull'istruzione catechistica, sul rafforzamento del fisico per sottrarre i bambini alle malattie, sull'acquisizione di un mestiere utile per mantenersi in età adulta e su una disciplina definita "clemente".
In seguito i somaschi fondarono collegi-convitti per rispondere alle esigenze della media borghesia locale.




Gli scolopi (Chierici Regolari Poveri della Madre di Dio delle Scuole Pie), si distinsero per l'impegno profuso sia nell'istruzione popolare sia nell'ambito dell'educazione collegiale.
Sulla scia delle pressioni sociali si aprirono all'insegnamento dei ceti più alti: a Roma nel 1630 fu istituito il Collegio Nazareno.
Apertosi presto agli allievi a pagamento, nel XVIII secolo il Collegio Nazareno divenne simile ai seminaria nobilium dei gesuiti, con insegnamenti quali scherma, ballo, equitazione e disegno.











I barnabiti, di origine milanese, rappresentarono per qualche tempo una piccola congregazione dedita alla predicazione della Parola di Dio e alle missioni popolari in linea con l'impegno evangelizzatore post riformistico.
Meno legate alla centralità del tradizionale impianto umanistico retorico, le scuole barnabitiche si aprirono, specie nel XVIII, alle indicazioni e ai suggerimenti concernenti una scuola più attenta alla concretezza e agli sviluppi tecnico-scientifici.
Fu inoltre costante e caratteristico il loro totale rifiuto delle punizioni corporali.






































mercoledì 18 settembre 2019

LA CULTURA DA DIGNITA' ALL'UOMO (dai Colloquia di Erasmo da Rotterdam)

Erasmo da Rotterdam, (Rotterdam, 27 ottobre 1467 – Basilea, 12 luglio 1536), è stato un teologo, umanista, filosofo e saggista olandese.
Firmò sempre i suoi scritti con lo pseudonimo di Desiderius Erasmus. La sua opera più conosciuta è l'Elogio della follia. È considerato il maggiore esponente del movimento dell'Umanesimo cristiano.

I Colloquia sono una delle opere più celebri di Erasmo. Pubblicati nel 1522, oltre a costituire un manuale di insegnamento del latino, hanno un forte carattere polemico e affrontano temi quali la funzione delle humanae litterae nel combattere immoralità, abusi ecclesiastici, ignoranza, superstizione e intolleranza.

In un passaggio dei Colloquia, assistiamo al dialogo tra Antronio, un abate che disprezza la cultura, e la nobile dama Magdalia, donna acculturata e nobile d'animo.
La situazione vede l'abate criticare e disprezzare ogni genere di cultura, poiché crede sia inutile ai fini pratici, economici e mondani della vita. Dall'altra parte Magdalia cerca di convincere il chierico del contrario: la cultura è importante ed essenziale per la buona educazione e formazione della persona.
La figura "anti culturale" di Antronio è collegata al volere di Erasmo di rappresentare la corrotta Chiesa del suo tempo (da lui aspramente criticata). Una Chiesa mai basata sulla spiritualità e la religione bensì sulla vita mondana ed economica. Il personaggio di Antronio rappresenta quindi un po' quella mancanza di cultura ed arretratezza del sapere che caratterizzò per secoli l'Europa medievale.
La nobile Magdalia è l'esatto opposto: aperta culturalmente e ben disposta all'apprendimento, cerca in tutti in modi di convincere l'abate ad aprirsi alla cultura.

Al termine della discussione, Magdalia chiede ad Antronio se desidera essere trasformato in un animale insieme ai suoi confratelli. L'utilizzo del termine "animale" (che secondo Erasmo è termine opposto a quello di "uomo" poiché uno non possiede razionalità mentre l'altro si), è da intendersi come un diretto appellativo o aggettivo nei confronti dell'abate: un uomo colto sa ragionare, sapendo ragionare sa essere razionale nelle sue decisioni. Un uomo ignorante e non acculturato non sa pensare (o se lo fa lo fa male) quindi automaticamente incapace di ragionare ed utilizzare la razionalità per dirigere al meglio la sua vita.

I Colloquia del 1522 sono stati, inutile dire, un esempio per la pedagogia moderna e contemporanea; la base dell'istruzione dell'epoca. L'intera opera è strutturata a scopo didattico, non solo per imparare il latino grazie a geniali esercizi o giochi di parole, ma anche per tramandare la cultura classica ed insegnare la filosofia antica con sempre un tocco di geniale e divertente inventiva. Come Erasmo stesso dice: "Socrates philosophiam e coelo deduxit in terras, ego philosophiam etiam in lusus, confabulationes et compotationes deduxi" (Socrate fece scendere la filosofia dal cielo sulla terra; io l'ho portata a giocare, a ciarlare, a bere...).
Non si può però tralasciare l'altra faccia della medaglia: l'opera di Erasmo, a causa della sua brillante e acuta satira, fece innervosire non poco i potenti dell'epoca, e ancor di più i teologi suoi contemporanei, anche a causa dei numerosi e particolari metodi di apprendimento che Erasmo predicava.

















LE DIVERSE TIPOLOGIE DI STRATIFICAZIONE (Sociologia)

La stratificazione per nascita Nelle società più antiche le posizioni all'interno della stratificazione, e quindi anche le possibili dis...